sabato 1 giugno 2013

STORIA DEL NIPPON KEMPO IN ITALIA / Maestro Guccione



NIPPON KEMPO: STORIA DELLE SUE ORIGINI IN ITALIA.

Tutto ebbe inizio nel 1969 con l’incontro di due Maestri di Judo, il Maestro Armando Santambrogio e il Maestro giapponese Hota, che oltre allo Judo avevano praticato rispettivamente il Ju-jitsu e il Nippon Kempo, pur senza divenirne istruttori.
Quello stile, chiamato impropriamente Nippon Kempo e insegnato dai due maestri, era un buon metodo di combattimento, ma totalmente privo di kata e dell'uso della corazza, due cose che sono il fondamento del Nippon Kempo originale.
A ogni modo questo segnò l’inizio del Nippon Kempo in Italia, anche se in una versione ibrida.

N1978 il Maestro Santambrogio si recò in giappone per prendere i contatti con la federazione di Nippon Kempo Kyokai diretta dal Grand Master Ryonosuke Mori, fondatore della stessa nonché allievo diretto del fondatore del Nippon kempo, Grand Master Sawayama Masuro Muneomi.
Presi i contatti, nell’ottobre dello stesso anno la federazione giapponese inviò ufficialmente in Italia il giovane Maestro Toshio Koike, elegante nello stile ed eccellente combattente.

Con il Maestro Koike iniziò in Italia  la pratica del Nippon Kempo originale.

Il ritorno in giappone del Maestro Koike nel dicembre del 1979, corrispose anche alla fine dei rapporti tra il Maestro Giovanni Guccione, sostenitore del Nippon  Kempo originale e l’intero gruppo guidato dal Maestro Santambrogio, il quale aveva deciso di  chiudere i rapporti con il Nippon Kempo Giapponese per ritornare al suo vecchio metodo di kempo.

Nell’agosto 1980, la scelta del Maestro Giovanni Guccione di recarsi in Giappone dove fu ricevuto dal Gran Maestro Mori, sostenendo un esame di qualifica, fu fondamentale per il proseguimento del Nippon Kempo giapponese in Italia, poiché portò il Maestro Santambrogio a un ripensamento, e l’anno successivo mandò in Giappone il Maestro Daniele Sinigaglia, responsabile dell’insegnamento tecnico del Nippon Kempo del gruppo Fuji-yama, palestra del Maestro Santambrogio.

Nel 1982 Il Maestro Santambrogio fece arrivare in Italia il Maestro Tokumitsu, che insieme al Maestro Daniele Sinigaglia creò la struttura tecnica per le gare.

A seguire, sempre per merito del Maestro Santambrogio, venne in Italia il Maestro Nobuhiro che continuò con diligenza la via già tracciata dai due Maestri che lo avevano preceduto.

Possiamo affermare che il Maestro Santambrogio è stato l’indiscusso promotore del Nippon Kempo in Italia e in Francia, mentre l'insegnamento tecnico, dopo il ritorno del maestro Koike in Giappone, continuò con il maestro Giovanni Guccione e il maestro Daniele Sinigaglia, già istruttori dello stile precedente al Nippon Kempo originale. I due maestri per molti anni si dedicarono alla formazione di allenatori, istruttori e maestri.

Nel 1981 il Maestro Giovanni Guccione fondò ufficialmente in Italia la prima associazione di Nippon Kempo denominata: A.N.K.I. ( Associazione Nippon Kempo Italia ) “Sei Shin Kan”.
Mentre nel 1986 nacque l’A.I.N.K. (Associazione Italiana Nippon Kempo), fondata dal Maestro Armando Santambrogio.

Nel 1988 il Maestro Santambrogio uscì dall’A.I.N.K. e nello stesso anno entrò a farne parte il Maestro Giovanni Guccione che, in accordo con il Maestro Koike,  propose al consiglio direttivo dell’a.i.n.k. di traghettare la propria associazione nella Federazione Nippon Kempo Renmei Japan presieduta dal Maestro Inutsuka, Maestro a sua volta del Maestro Koike.

Fino al 1988, l’a.i.n.k. era affiliata alla Federazione Giapponese Kyokai, diretta dal Gran Maestro Ryonosuke Mori.

All’interno dell’A.I.N.K il Maestro Guccione ebbe l’incarico di presidente della commissione d’esame e di responsabile dei rapporti con la federazione Giapponese.

Il Maestro Daniele Sinigaglia fu primo direttore tecnico e rimase tale fino al 1994, anno in cui subentrò il Maestro Guccione che tenne la carica fino al 1996, anno della sua uscita dall’associazione. In seguito fu direttore tecnico il Maestro Giovanni Stefanuto.

Nel 2010 l’A.I.N.K. cambiò nome in F.I.N.K. ( Federazione Italiana Nippon Kempo ) e sempre nello stesso anno avvenne una scissione nella F.I.N.K., che portò alla nascita della FE.N.K. I. (Federazione Nippon Kempo Italia ).

Oggi la  F.I.N.K. ha come direttore tecnico il Maestro Giuliano Corso, mentre a dirigere la direzione tecnica della FE.N.K. I. è il Maestro Diego Borsani.

Oltre  alla F.I.N.K. e alla FE.N.K.I. che sono i due maggiori gruppi in Italia, vi sono altre realtà: l'A.R.N.K. che fa capo al  Maestro Francesco Faraone a Roma, affiliata alla federazione Kyokai di Tokyo, la Kyokai Italia Nippon Kempo United con il Maestro Dario Martin a Varese, e la scuola Fuji-yama del Maestro Armando Santambrogio dove ebbe inizio il Nippon Kempo in Italia.

 













mercoledì 29 maggio 2013

SALUTO E FORME DI RISPETTO NEL KENPO JU-JITSU D.A.






 Motti della Scuola 
ISTINTO E RAGIONE UNITI PER CRESCERE
VI SONO MOMENTI IN CUI NELLA VITA COME NELLA LOTTA,
L’AIUTO VIENE SOLO DA TE STESSO

IL CERCHIO DEL RISPETTO E DELLA CONDIVISIONE

NEL KENPO JU-JITSU D.A.

SALUTO E PREDISPOSIZIONE DI INIZIO E FINE LEZIONE

Si inizia la lezione invitando a prepararsi per il saluto: l’allievo di grado più avanzato (Senpai) 

dà l'ordine:

«Scendiamo in ginocchio.»

Prosegue dicendo:

«Chiudiamo gli occhi ed entriamo in noi stessi.» (Segue un momento di silenzio e raccoglimento)

Continuerà con l'ordine:

«Aprite gli occhi.»

Prosegue dicendo:

«Ringraziamo il Maestro.»

Gli allievi fanno un inchino dicendo:

«Per crescere.»

Il Maestro risponde:

«Tutti insieme.»

Gli allievi, facendo un inchino, risponderanno in coro:

«Grazie.»

Il Maestro concluderà dicendo:

«Grazie a voi per essere qui.»

Alla fine della pratica si ripete esattamente lo stesso rituale e protocollo dell'inizio.

                                              REGOLE DI RISPETTO NEL DOJO

  • Tra compagni: Il saluto tra due compagni si farà stringendo l'avambraccio l'uno dell'altro, dicendo: «Per crescere».

  • Verso il Maestro: Ci si rivolgerà al Maestro semplicemente con l'appellativo di Maestro.

  • Ingresso del Maestro: Tutti gli allievi, vedendo entrare il Maestro nel luogo d'allenamento, diranno in coro: «Per crescere». Il Maestro risponderà: «Tutti insieme».

Significato: Questo scambio di cortesia stabilisce un patto di rispetto reciproco, umiltà e condivisione dell'obiettivo di crescita interiore.

                                  SPIEGAZIONI: IL DOJO-KUN E IL SENTIERO INTERIORE

Il Dojo-Kun rappresenta i precetti e le regole di condotta del Dojo: il suo codice etico.

Il Dojo è il luogo in cui si compie la Via, uno spazio sacro di trasformazione. Per comprenderne la vera essenza, bisogna scomporre i suoi elementi fondamentali:

  • Do: La Via. È il percorso esistenziale e spirituale che il praticante percorre per realizzare sé stesso. Non è un traguardo materiale, ma il movimento continuo della vita che cerca la propria autenticità.

  • Jo: Il Luogo. È lo spazio delimitato e protetto in cui la pratica si manifesta: il perimetro fisico e mentale dove ci si incontra per lasciare fuori il rumore del mondo.

  • Kun: Il Precetto, l'insegnamento. Incarna la regola del giusto comportamento che arricchisce il percorso interiore. È l’insegnamento profondo che guida i passi del praticante verso la realizzazione.

Il Kun agisce in profondità e si riflette perfettamente nel concetto della Scuola Marziale "Il Sentiero": quello della lama e della piuma, ovvero nella poesia del cuore del guerriero.

  • Il rigore del Kun è la lama che recide l'illusione: taglia ciò che non appartiene all'autenticità e libera l'individuo dall’immagine illusoria di sé. In questo modo il Kun, come precetto del giusto comportamento, diventa il respiro stesso del cammino interiore.

  • La piuma, morbida e leggera, accoglie il silenzio e accarezza la poesia del cuore, portando la leggerezza del vento e la dolcezza dell'ascolto nel vuoto generativo.

             Tre concetti fondamentali guidano il protocollo del Dojo: Rei, Mokuso e Zanshin.

Sono termini della tradizione marziale giapponese, accolti dalla Scuola Marziale "Il Sentiero" e racchiusi nel motto "Insieme per crescere":

  • Rei: Il rispetto e l'etichetta, che si esprimono nel saluto e nell'inchino.

  • Mokuso: Il silenzio e la meditazione, che ci permettono di entrare in noi stessi a occhi chiusi.

  • Zanshin: La consapevolezza vigile, che resta con noi dopo il saluto, durante tutta la lezione, e che portiamo con noi nel quotidiano vivere.







martedì 14 maggio 2013

KENPO JU-JITSU D.A. DEFINIZIONE CARATTERISTICHE E FILOSOFIA DELLO STILE






Motti della Scuola

ISTINTO E RAGIONE UNITI PER CRESCERE
VI SONO MOMENTI IN CUI NELLA VITA COME NELLA LOTTA,
L’AIUTO VIENE SOLO DA TE STESSO

DEFINIZIONE E FILOSOFIA DELLO STILE KENPO JU-JITSU D.A.


Per il mio metodo di Kenpo Ju-jitsu d.a., ho scelto di onorare le due arti marziali tradizionali che più di altre mi hanno donato la conoscenza, offrendomi la possibilità di crescere in questa via.

La scelta del nome Kenpo è stata dettata innanzitutto dal mio sentimento personale, poiché mi accompagna fin dal mio esordio nel mondo delle arti marziali. A questo si unisce l’adozione del termine Ju-jitsu, in profondo omaggio alla disciplina madre di ogni combattimento totale a mani nude in Giappone, colei che ha aperto la via al moderno Nippon Kenpo.

Vi è infine una radice che affonda lontano, nei primi cinque anni del mio percorso marziale, quando praticai una forma di Ju-jitsu tramandata da un maestro di Judo che, tuttavia, la chiamava impropriamente “Nippon Kempo”, molto prima che il Nippon Kempo originale arrivasse ufficialmente in Italia.

A questo binomio ho aggiunto “D.A.” (Dentro l’Avversario), un mio personale concetto, creando così un’Anima a sostegno dell’Arte marziale della mia scuola.

Con “Dentro l’Avversario” s’intende essere uno con l’altro, capaci così di portare l’attenzione minuziosa al cambiamento delle variabili psicologiche e strategiche per averne il controllo prima e durante l’impatto.

L’atteggiamento da adottare durante un combattimento consiste nel distaccarsi dalle proiezioni della mente dell’avversario, in modo tale che il subconscio di chi ci sta di fronte non avverta il pericolo e non si predisponga all’azione difensiva o aggressiva.

Concetto Dentro l’avversario: L’Architettura del Silenzio e del Movimento

La Soglia della Mente

Il primo livello del motto, “essere dentro l’avversario con la mente”, è un fenomeno di risonanza percettiva. Quando l’avversario concede la sua attenzione, si apre una porta sottile: si crea un ponte dove le barriere dell’ego e della difesa razionale si abbassano. Ma se l’avversario nega questa attenzione, perché chiuso nella sua strategia, distratto o fortemente razionale, diventa impenetrabile e quel ponte crolla. Quando la mente incontra questo muro, il cammino non si interrompe; semplicemente, si sposta su un piano più profondo, dove le parole tacciono e parlano le radici.

Il Richiamo Primordiale

Oltre l’attenzione razionale, vi è il suono e l’attrazione del movimento del corpo sia in positivo che in negativo. Per questo, quando la via della mente cosciente è sbarrata dall’assenza di attenzione, non vi è arresto: si scende alle radici della biologia.

I suoni primordiali di paura e piacere non hanno bisogno di traduzione intellettuale: un movimento o un suono emesso dal corpo toccano corde ancestrali prima che la mente possa filtrare l’informazione. Tali vibrazioni eludono la barriera dell’attenzione volontaria, e anche chi non guarda o non ascolta con intenzione riceve il richiamo nel profondo del proprio sistema nervoso, offrendo un appiglio invisibile per agganciare l’avversario. Agganciare l’avversario nell’invisibile è tuttavia solo l’inizio: per compiere l’opera e volgere lo scontro a proprio favore, occorre che la percezione si faccia azione fisica, traducendosi nel controllo totale del tempo e dello spazio.

Il Corpo come Timone: L’Anticipo e la Guida.

Entrare dentro l’avversario significa governarne la direzione nel combattimento, trasformando la fusione in vittoria. Nessuna guida è possibile senza competenza: è necessario possedere lo stesso patrimonio di tecniche di lotta dell’altro, parlando la sua stessa lingua corporea con pari o superiore padronanza. Per dirigere l’avversario dove vogliamo, non basta seguirlo, perché il nostro movimento deve precedere il suo. Essere costantemente in anticipo sul tempo biologico e spaziale dell’avversario significa diventare l’autore invisibile della sua stessa mossa, costringendolo a inseguire un’ombra che lo ha già preceduto.

拳法 Kenpo “ ken” (pugno ) “ po “ ( metodo, sistema ).

柔術 Ju-Jutsu “Jū” flessibile, cedevole, morbido, adattabile).

“Jutsu” ( arte, tecnica , pratica ).

D.A. (dentro l’avversario)

In occidente, le parole Kenpo e Ju-Jutsu hanno comunemente la traslitterazione in Kempo e Ju-Jitsu.

Nel Kenpo Ju-jitsu D.A., sono compresi sia il combattimento disarmato sia quello armato/disarmato e la difesa personale.

Il combattimento disarmato è frutto in prevalenza dei due stili sopra citati, mentre per quanto riguarda l’uso delle armi bianche (coltello e bastone) nel Kenpo Ju-jitsu D.A., poggia parte della sua base nell’Arnis de Mano – Kali – Sakaran.

Metodo insegnato dal Gran Maestro Jun Matagai, da me adattato alla mia visione di combattimento.

Per valutarne la validità e l’efficacia, nel 1997 ho fondato un metodo di combattimento sportivo, armato e disarmato, chiamato inizialmente Kenpo c.i.a.d., modificato poi in Kenpo Ju-Jitsu D.A.

metodo c.i.a.d. (combattimento integrale armato- disarmato).


Regolamento delle 3 forme di combattimento sportivo con regole differenti

1° forma disarmata di combattimento / Nippon Kenpo Evolution 

Il Nippon Kenpo Evolution, comprende un combattimento disarmato con protezione al viso, guantoni, para tibie e scarpette.

Il Nippon Kenpo Evolution si distingue dal Nippon Kenpo originale grazie alla definizione di un regolamento di competizione diverso che evidenzia la validità tecnica delle tecniche consentite, oltre ad autorizzare l’utilizzo di tecniche che sono considerate proibite nel Nippon Kenpo tradizionale.

In questa evoluzione, oltre ai colpi ammassi nel tradizionale Nippon Kenpo di pugni di calci, di ginocchio, di proiezioni, lotta a corpo a corpo sia in piedi sia a terra, bloccaggi e finalizzazioni, sono ammessi anche calci circolari alle gambe e il colpo di gomito. Il combattimento si svolge con la sola protezione al viso, eliminando il corpetto a protezione del gusto. Il conteggio per l’assegnazione della vittoria sarà quello dell’ ippon (punto) con l’arresto del combattimento per l’assegnazione di ogni punto come nel tradizionale Nippon kenpo. Il combattimento si svolgerà nei 3 minuti e la vittoria sarà assegnata a chi realizzerà più punti. L’incontro potrà avere termine immediato proclamando la vittoria nel caso di bloccaggi alle braccia, alle gambe, per finalizzazioni o per un colpo ricevuto che blocca l’avversario per più di 2 secondi. 

2° forma disarmata di combattimento / Kenpo Ju-jitsu D.A. Consiste in un combattimento totale, con regole di gara a pieno contatto, l’ausilio di caschetto a protezione del viso, piccoli guanti che consentono la presa, para tibie e scarpe facoltativo.

Comprende colpi di percussione, di pugno, di ginocchio, di gomito e di calcio sia in piedi sia a terra, proiezioni, lotta a corpo a corpo sia in piedi sia a terra, bloccaggi e finalizzazioni.

Il combattimento si svolge in due riprese, la prima da 3 minuti, e la seconda da 4 minuti.

La seconda ripresa si svolgerà con un combattente che userà la totalità dei colpi, mentre l’altro potrà solamente combattere a corpo a corpo, dopo 2 minuti si farà il cambio di ruolo.

La vittoria sarà assegnata a chi realizzerà più punti.

Il combattimento sarà fermato solo per bloccaggi alle braccia, alle gambe, per finalizzazioni o per un colpo ricevuto che blocca l’avversario per più di 2 secondi.

In questi casi l’incontro avrà termine immediato proclamando il vincitore.

3° forma armata / disarmata di combattimento Kenpo Ju-jitsu D.A.

Questo tipo di combattimento totale armato / disarmato, aggiunge al combattimento disarmato quella di colpire anche con le armi.

Si svolge in quattro riprese.

1) combattimento con aggiunta di bastone 3 minuti

2) combattimento con aggiunta di coltello 3 minuti

3) combattimento con aggiunta di bastone contro disarmato 4 minuti con cambio di ruolo

4) combattimento con aggiunta di coltello contro disarmato 4 minuti con cambio di ruolo

Il combattimento si svolgerà in riprese da ¾ minuti e la vittoria sarà assegnata a chi realizzerà più punti.

Il combattimento sarà fermato solo per bloccaggi alle braccia, alle gambe, per finalizzazioni o per un colpo ricevuto che blocca l’avversario per più di 2 secondi.

In questi casi l’incontro avrà termine immediato proclamando il vincitore.

La scuola vede la protezione del viso con la maschera come una buona opportunità che fa si, che si possa combattere duramente e nello stesso tempo non venga a meno la possibilità di continuare ad allenarsi duramente e con continuità.

La scuola condivide il vecchio adagio secondo cui “gli occhi sono lo specchio dell’anima” e che il volto su cui si riflettono gli eventi della vita, rappresenti l’espressione esteriore delle esperienze nel mondo.

Per questo, per quanto possibile, si ritiene buona cosa l’aver riguardo per il viso proteggendolo con le dovute protezioni.

La scuola ritiene altresì che, sia giusto e doveroso mettere a rischio la frattura dello specchio della nostra Anima quando dovesse essere minacciata la nostra stessa Anima dell’esperienza di giustizia e libertà.

Proprio per questa tutela della dignità umana e della vita, la pratica non si esaurisce sul tatami, ma diventa specchio di una ricerca interiore più profonda…

Le arti marziali, oltre alla competizione agonistica, hanno come obiettivo l’equilibrio e la trasformazione interiore. Rappresentano uno stile di vita e una filosofia che indicano la via da seguire. Attraverso la pratica, è possibile aumentare la propria autostima, la capacità di gestire le situazioni difficili, la forza di volontà e il controllo delle emozioni. Grazie alla combinazione di esercizio fisico, respiratorio, mentale e spirituale, le arti marziali sono tra le migliori discipline che armonizzano mente e corpo.

Le arti marziali orientali che seguono l’insegnamento psicologico tradizionale, si distinguono per la loro maggiore flessibilità rispetto alle arti marziali Occidentali, che invece sono più aggressive. Nelle arti marziali orientali, l’obiettivo è quello di colpire il nemico con la massima precisione, mentre il pensiero occidentale concentra il focus più sulla preparazione fisica e potenza del colpo. Ciò implica che le tecniche orientali richiedono una maggiore capacità di apprendimento e una costante esercitazione.

Sarà nell’attenzione della scuola quello di porsi come faro guida per la salvaguardia di quelle radici che vedono le Arti Marziali come percorso formativo e spirituale dell’individuo.

FILOSOFIA DEL COMBATTIMENTO E DIFESA PERSONALE NEL KENPO JU-JITSU D.A.

Le Tre Sorelle “ Filosofia, Realtà e Fantasia”

Nel combattimento, l’attimo vincente pregno della più oggettiva realtà, non potrà che divenir illusione dopo meno di un attimo, poiché la realtà non è depositaria, è fuggente, è apparenza in trasformazione continua, spesso, costruita ad arte dalla nostra mente che con noi gioca illudendoci di tangibili verità. 

Poiché non esiste un’oggettiva realtà; il combattimento potrà trovare la sua massima espressione solo in una continua ricerca di maestria nell’adattamento. Meta raggiungibile solo da chi dopo aver compreso l’importanza della funzione dell’inconscio nel combattimento, diverrà, non solo capace di comprendere il proprio inconscio, ma anche quello dei suoi avversari.

La dedizione alla più profonda conoscenza di se stessi sarà decisiva in quello che sarà l’ultimo combattimento, quello con il nostro nemico più agguerrito: “Il nostro Io”, patrigno e carceriere. Giunti a quel punto, dovremmo già aver forgiato il Nobile e Saggio Guerriero che è in noi, e che percorrendo l’illuminata Via trasformerà il presuntuoso “EGO” in un buon compagno di viaggio, aprendo così la porta della comprensione verso l’abbraccio con la misteriosa enigmatica madre natura che sull’uscio con la porta socchiusa e il focolaio acceso amorevole ci attende.

Per viaggiare sereni verso la meta, non basta conoscere una sola via, occorre anche aver saggiamente speso del tempo per una buona conoscenza di tutto il territorio, poiché l’imprevedibile si può trovare dietro l’angolo. La cosa importante è cercare di camminare sempre più su percorsi condivisi dalla nostra Anima, mettendo la nostra impronta sempre più leggera lungo il percorso della vita.

Il mio pensiero è di non condividere i combattimenti privi di un minimo di regole a tutela degli atleti. Le forme di lotta estrema priva di regole possono facilmente diventare un giocattolo nelle mani dell’ego, “re dell’inganno”, che regala piaceri effimeri in quantità. A sostegno di questa posizione vi è il fondamento etico e morale che vede l’uomo in una continua evoluzione rispetto alla primitiva natura animalesca, avendo saputo darsi regole da rispettare. Se nella via del combattente non vi è la parte spirituale a cogliere i frutti, saranno solo le primitive illusioni di onnipotenza sull’altro a prevalere.

Difesa Personale Kenpo Ju-Jitsu D.A. Metodo C.I.A.D. (Combattimento Integrale Armato Disarmato)

Entrare nell'avversario significa dissolvere la distanza tra il pericolo e la consapevolezza. La nostra via unisce l'efficacia del combattimento a pieno contatto per una difesa personale a salvaguardia dell’incolumità e alla crescita interiore dell'individuo, trasformando l'arte marziale in una linfa di pura energia che cavalca il soffio leggero del respiro.

L’onestà prima di tutto: la realtà contro l'illusione

Nella difesa personale intesa solo come protezione della propria incolumità fisica, il risultato è incerto anche per un campione del mondo di combattimento libero, questo perché la realtà è imprevedibile e soggettiva. Resta il fatto che è sempre meglio conoscere delle tecniche di difesa personale che esserne totalmente digiuni. Questa è l’unica vera onestà: nessuno può garantire miracoli sul campo, ma essere preparati fa l’intera differenza tra la vita e la morte. Per apprendere quest’arte non esistono scorciatoie o formule magiche: bisogna dedicare il tempo necessario e impegnarsi con costanza.

Nella difesa personale che simula la realtà, l'onestà viene prima di tutto. Sapere è sempre meglio che non sapere: essere preparati fa la differenza, non esistono scorciatoie, e alla fine sarà quel che sarà.

Sulla base di attenti studi sulla psicologia del comportamento umano e dopo uno scrupoloso studio per l’immediato controllo dell’aggressore, ho codificato un metodo di difesa personale a più livelli, caratterizzato dall'adattamento a situazioni e persone di diversa preparazione tecnica. Purtroppo oggi vi sono scuole che, non avendo nel programma il combattimento a contatto pieno, propongono tecniche poco efficaci nella realtà; l'errore è commesso anche da chi, pur avendo il contatto pieno, dà importanza solo alle gare.

Vi sono poi gli pseudo professionisti che, oltre a non aver mai avuto un reale scontro fisico, non hanno esperienza nei combattimenti sportivi. Ciò che non è chiaro è che il combattimento non è solo tecnica, ma conoscenza di sé stessi: significa mettersi in gioco affrontando, nel rispetto delle regole, un avversario che aggredisce con forza e determinazione. In uno scontro reale è ovviamente avvantaggiato chi ha aperto la bocca per mettere il paradenti e combattere, non chi lo ha fatto solo per parlare.

La logica del vero combattimento e l’inganno del disarmo accademico

Le maggiori difficoltà nell'insegnamento provengono da chi pensa che basti un semplice pugno, un calcio o una testata, e che niente si possa fare quando una coltellata arriva all'improvviso. Troppi istruttori si limitano al "gioco del disarmo", simulando un combattimento accademico dove l'aggressore si fa disarmare facilmente. Questa è una logica del tutto errata e puramente da laboratorio.

È stato ampiamente constatato nelle nostre competizioni sportive a pieno contatto che una persona disarmata, purché competente nell'arte del combattimento e conoscitrice di come si usa un'arma, possiede concrete possibilità di vincere contro un avversario armato. Senza questa profonda conoscenza, l'impresa sarebbe quasi impossibile.

Quando la vita è a rischio, la mente razionale si azzera e l’unica cosa che entra davvero in funzione è l’istinto di sopravvivenza primordiale. Se vieni assalito da una persona armata, un vero artista marziale non deve pensare a togliere l'arma come prima mossa geometrica: deve pensare a non farsi uccidere e a vincere. Prima si colpisce duramente l'avversario per neutralizzare la minaccia, e solo dopo, casomai, si toglie l'arma. Questa è la logica del vero combattimento.

La tecnica invisibile e l'atteggiamento mentale

Mentre chi impegna la vita praticando un'Arte dà intelligenza all'istinto, molti restano prigionieri del software creato dalla propria mente. La cosa più importante non è la tecnica in sé, ma l'atteggiamento mentale, che studia fattori strategici e psicologici profondi. Questa conoscenza è da me chiamata tecnica invisibile, perché ci si impadronisce dell'avversario senza che questi se ne renda conto. Lo scopo dell’allenamento non deve essere quello esclusivo di prepararsi allo scontro fisico, ma di liberarsi sempre più delle incomprensioni e delle paure inconsce per vivere meglio il quotidiano.

Il metodo Kenpo Ju-Jitsu D.A. si colloca tra i sistemi di combattimento più pragmatici, rifiutando la rigidità accademica per concentrarsi sulla sopravvivenza biologica. Il nostro sistema unisce:

  • Contatto reale e ritmo continuo: Gestione fluida sotto forte pressione di calci, pugni, proiezioni e lussazioni articolari.

  • Incolumità salvaguardata: Uso di protezioni specifiche per viso e testa (caschi con grata o visiera) per potersi colpire a pieno contatto, senza farsi male.

  • Difesa totale da armi: Strategie testate, dinamiche e applicabili contro aggressioni da bastone, coltello o oggetti improvvisati.

Obiettivo del corso e Programma di studio

Durante le lezioni simuleremo reali aggressioni per migliorare capacità psico-fisiche, reattività, doti intuitive e controllo di sé.

  1. Preparazione fisica.

  2. Prevenzione e valutazione di possibili situazioni a rischio.

  3. Esercizi di rilassamento e autocontrollo per l’atteggiamento psicologico nell’autodifesa.

  4. Conoscenza dei sistemi di persuasione per evitare lo scontro fisico.

  5. Coordinamento dell'energia tra corpo e mente per una risposta vincente.

  6. Tecniche di difesa personale e gestione delle armi (C.I.A.D.).

Conclusione

Non condivido i combattimenti privi di un minimo di regole a tutela degli atleti: le forme di lotta estrema possono facilmente diventare un giocattolo nelle mani dell’ego, “re dell’inganno”, regalando solo piaceri effimeri in quantità. Il nostro fondamento etico e morale vede l’uomo in una continua evoluzione rispetto alla primitiva natura animalesca, avendo saputo darsi regole da rispettare. Se nella via del combattente non vi è la parte spirituale a cogliere i frutti, saranno solo le primitive illusioni di onnipotenza sull'altro a prevalere.


DIFESA PERSONALE KENPO JU-JITSU D.A. "DENTRO L'AVVERSARIO" ( Controllo Prima dell'Impatto )



                                                   Difesa Personale Kenpo Ju-Jitsu D.A.                                                       Metodo C.I.A.D. (Combattimento Integrale Armato Disarmato)

Nato dall'esperienza di combattimento dell'Arte Marziale Kenpo Ju-Jitsu D.A. (Dentro l'Avversario) «(D.A.) Entrare nell’avversario significa dissolvere la distanza tra il pericolo e la consapevolezza. La nostra via unisce l’efficacia del combattimento a pieno contatto per una difesa personale a salvaguardia dell’incolumità e alla crescita interiore dell’individuo, trasformando l’arte marziale in una linfa di pura energia che cavalca il soffio leggero del respiro.»

La genesi del metodo: dall'esperienza di gara alla difesa personale

Il nostro percorso ha un’evoluzione chiara e rigorosa: il Metodo di Difesa Personale C.I.A.D. non nasce da teorie astratte o da formule commerciali da laboratorio, ma direttamente dall’esperienza di combattimento reale della nostra scuola di Kenpo Ju-Jitsu D.A. Il C.I.A.D. è lo studio del combattimento totale, una pratica sportiva regolamentata con specifiche protezioni e precise regole di gara. Da questa solida esperienza nasce il Metodo C.I.A.D. di difesa personale. L’uso rigoroso di protezioni e regolamento risponde a una precisa necessità didattica e fisica: permettere un allenamento continuo e quotidiano. Senza queste tutele, l’atleta subirebbe traumi costanti e sarebbe costretto a fermarsi di continuo per far guarire le contusioni, rendendo impossibile la costanza nello studio. È da questa solida esperienza quotidiana di confronto fisico reale, protetto e in buona sicurezza, che viene ricavato il nostro Metodo di Difesa Personale. È un sistema che ci auguriamo non debba mai rendersi necessario ma che, se le circostanze della strada lo impongono, diventa lo strumento indispensabile per la salvaguardia della nostra e dell’altrui incolumità. La nostra difesa personale è efficace perché forma un corpo e una mente abituati a gestire l’impatto e la pressione ogni singolo giorno.

L'onestà prima di tutto: la realtà contro l'illusione

Nella difesa personale intesa solo come protezione della propria incolumità fisica, il risultato è incerto anche per un campione del mondo di combattimento libero. Questo accade perché la realtà della strada è imprevedibile e soggettiva. Resta il fatto che è sempre meglio conoscere delle tecniche di difesa personale che esserne totalmente digiuni. Questa è l’unica vera onestà: nessuno può garantire miracoli sul campo, ma essere preparati fa l’intera differenza tra la vita e la morte. Sapere è sempre meglio che non sapere. Per apprendere quest’arte non esistono scorciatoie o formule magiche: bisogna dedicare il tempo necessario e impegnarsi con costanza. Il resto, alla fine, sarà quel che sarà.

Psicologia dello scontro e superamento dell'approccio da "laboratorio"

Sulla base di attenti studi sulla psicologia del comportamento umano e di un lungo lavoro sull’immediato controllo dell’aggressore, ho codificato e fondato questo sistema a più livelli, capace di adattarsi a situazioni e persone di diversa preparazione tecnica. Nel panorama attuale della difesa personale vedo spesso uno squilibrio tra teoria e realtà. Da una parte ci sono programmi privi di combattimento a contatto pieno, che rischiano di produrre uno studio puramente astratto. Dall’altra c’è chi dà importanza solo alle dinamiche sportive e di gara. In entrambi i casi manca troppo spesso un’esperienza reale sul campo, sia di confronto fisico che agonistico. Con la mia scuola ho voluto creare un punto d’incontro che colmi questo vuoto, unendo la verità del contatto pieno all’adattabilità strategica della difesa personale.

Lo spartiacque: il combattimento non è solo tecnica, ma conoscenza di sé stessi. Significa mettersi in gioco affrontando, nel rispetto delle regole, un avversario che aggredisce con forza e determinazione. In uno scontro reale è avvantaggiato chi ha aperto la bocca per mettere il paradenti e combattere, non chi lo ha fatto solo per parlare.

Gli strumenti del disarmo

Le maggiori difficoltà nell’insegnamento provengono da chi sottovaluta la forza del malintenzionato, da chi crede che niente si possa fare contro un’aggressione con arma bianca, e da quegli istruttori che si limitano al "gioco del disarmo", simulando un combattimento accademico da laboratorio in cui l’aggressore si fa disarmare facilmente. Su queste cose non si può giocare. Quando la vita è a rischio, la mente razionale si azzera ed entra in funzione solo l’istinto di sopravvivenza primordiale. Di fronte a una bottiglia rotta o a una lama, la logica del vero combattimento impone:

1. Incolumità prima di tutto.

Non si pensa a togliere l’arma come prima mossa geometrica: bisogna prima pensare a non farsi uccidere e a vincere.

2. Impatto esplosivo.

Si oppone subito una tecnica d’impatto esplosiva e contundente. Si colpisce duramente l’avversario per neutralizzare la minaccia, accettando la contusione se necessaria pur di salvaguardare la vita.

3. Disarmo reale.

Solo dopo aver spento la capacità offensiva dell’aggressore si procede a togliere l’arma.

È stato ampiamente constatato nelle nostre competizioni sportive a pieno contatto che una persona disarmata, purché competente nell’arte del combattimento ed esperta del reale utilizzo di un’arma, ha spesso pari possibilità di vittoria contro un avversario armato che sa combattere. Questa percentuale, se si mantiene la stessa disposizione mentale, aumenta sensibilmente quando ci si confronta in strada con un aggressore comune privo di formazione marziale. In ogni scenario la discriminante resta la capacità tecnica dell’individuo: maggiore è la padronanza, più alta e immediata sarà la probabilità di neutralizzare la minaccia.

La tecnica invisibile e i pilastri del sistema

Chi impegna la vita praticando un’Arte dà intelligenza all’istinto, mentre molti restano prigionieri del software creato dalla propria mente. La cosa più importante è l’atteggiamento mentale, che studia fattori strategici e psicologici profondi. Questa conoscenza è da me chiamata tecnica invisibile, perché ci si impadronisce dell’intenzione dell’avversario senza che questi se ne renda conto. Lo scopo dell’allenamento non è solo prepararsi allo scontro fisico, ma anche liberarsi sempre più da incomprensioni e paure inconsce, per vivere meglio il quotidiano. Il Metodo C.I.A.D. si colloca tra i sistemi di combattimento più pragmatici, rifiutando la rigidità accademica per concentrarsi sulla sopravvivenza attraverso:

• Contatto reale e ritmo continuo: gestione fluida, sotto forte pressione, di calci, pugni, proiezioni e lussazioni articolari.

• Incolumità salvaguardata: uso di protezioni specifiche per viso e testa (caschi con grata o visiera) per potersi colpire a pieno contatto durante lo studio in palestra, senza interrompere la continuità quotidiana delle lezioni.

• Difesa totale da armi: strategie testate, dinamiche e applicabili contro aggressioni reali con bastone, coltello, bottiglie o oggetti improvvisati.

Programma di studio

Durante le lezioni cercheremo di simulare, per quanto possibile, reali aggressioni al fine di migliorare le capacità psico-fisiche, la reattività, le doti intuitive e il controllo di sé.

• Preparazione fisica specifica

• Prevenzione e valutazione situazionale dei rischi ambientali.

• Esercizi di rilassamento e autocontrollo per la gestione dell’adrenalina.

• Sistemi di persuasione e de-escalation verbale per evitare lo scontro.

• Coordinamento energetico mente-corpo per una risposta esplosiva.

• Tecniche di difesa personale e gestione delle armi bianche.

Conclusione etica

Non condivido i combattimenti privi di regole a tutela degli atleti: le forme di lotta estrema diventano facilmente un giocattolo nelle mani dell’ego, "re dell’inganno", regalando solo piaceri effimeri. Il nostro fondamento etico vede l’uomo in continua evoluzione rispetto alla sua primitiva natura animalesca, avendo saputo darsi regole da rispettare. Se nella via del combattente non vi è la parte spirituale a cogliere i frutti, prevarranno solo l’illusione primitiva e brutale di onnipotenza sull’altro, che impoverisce l’esistenza dell’uomo.